L’etica, ormai, perduta ha modificato perfino i connotati antropologici degli italiani, o almeno di una parte importante di cittadini.
Il nostro benessere, riconosciamolo, lo abbiamo conquistato anche grazie a una forte dose di illegalità, mai contrastata, dall’evasione fiscale, all’uso scorretto del denaro pubblico, assecondata, diciamocelo, dal ceto politico.
Ma una volta diventati un popolo di benestanti, con un ceto medio, tra i più ricchi d’Europa, gli italiani sono scivolati gradualmente nella assuefazione, nella corruzione.
Il caso di Melilli è emblematico. Se la somma delle inchieste giudiziarie fosse riconducibile, come lascia intendere la semplificazione di un titolo giornalistico: “Melilli, persa era, persa è, e persa sarà”, a un problema di parti politiche che hanno allargato la loro sfera di influenza nella società, nella economia e nella amministrazione pubblica, allora il problema sarebbe meno grave.
Si tratterebbe di una questione di ordine pubblico, di sicurezza, da reprimere con i mezzi a disposizione dello Stato, dalle forze dell’ordine alla magistratura, come avviene in molte città del Nord Italia dove la malavita organizzata ha investito, esattamente come in sicilia, i suoi soldi sporchi. Da noi a Melilli, purtroppo non è così.
Melilli, così come la Sicilia, è diventata una “Company town”, dove l’industria di riferimento è quella dell’illegalità, a tutti i livelli. E attorno alle sue disparate attività si è formato un ceto sociale trasversale, dominato dai faccendieri, o anche facilitatori, che vivono e agiscono in una fitta rete di relazioni e di complicità, esercitando spesso puro trading, dal permesso alla licenza, dall’appalto al favore. Il faccendiere ha molti volti, che ci riportano alle pagine della letteratura: è il truce malvivente, con precedenti penali, che sembra uscito da un racconto di Charles Dickens; ma è anche il politico untuoso, di buone maniere, dispensatore di nomine e di incarichi. È anche il giovane rampante e arrivista, che riesce a scambiare favori perfino nei circoli sportivi.
A Melilli, la classe dirigente politica, per intenderci, quella che attualmente ci governa, è circondata da frequentatori dei salotti degli intrighi, dove c’è sempre chi paga il conto per averne poi vantaggi nel tempo; il professionista improvvisato non fa altro che imbastire affari opachi, senza alcuna competenza; l’esperto di pubbliche relazioni, capace di sconfinare nelle sabbie mobili di qualsiasi palazzo del potere, il dirigente in carriera, che scala le aziende controllate dallo Stato nel nome di un teorico interesse collettivo e sotto la protezione del politico di peso.
Un tempo, questo blocco sociale era minoranza, anche isolata dal punto di vista sociale e bollata come il «generone romano». Oggi è una maggioranza che nessuna inchiesta giudiziaria, da sola, potrà mai scardinare, senza l’anticorpo determinante di una classe dirigente responsabile in grado di rappresentare l’argine sociale della legalità.
Quante volte i nostri genitori, i nostri nonni, ci hanno insegnato il detto: “Caro mio u pisci fete ra testa”. Infatti quando il cittadino vede i comportamenti illegali di chi ci amministra succede che l’illegalità diventa quasi legalità e chi non la professa viene scambiato per fesso.
Quanti si sono accorti in questi ultimi giorni del come il primo cittadino di Melilli Pippo Cannata ha deciso di aggirare le multe per divieto di sosta, decidendo, dall’oggi al domani di parcheggiare la propria macchina personale all’interno di Piazza Crescimanno? Il tutto reso possibile con la connivenza delle forze dell’ordine comunali, che, sottomessi dal despota che governa, non hanno il coraggio di multare il primo cittadino che ritiene, sol perché è sindaco, di sentirsi autorizzato di fare e disfare a proprio piacimento, mentre esorta e pretende che i vigili diventino inflessibili contro chi dimentica di mettere esposto il segna sosta, nelle soste a tempo.
Il detto coniato proprio per Cannata è, “E qui comando io e questa è casa mia”. La domanda sorge spontanea, Ma i melillesi davvero sono disposti a far finta di niente? E per quanto tempo ancora?